L'umiltà del mistero

di

Mauro Macario

 

E’ il conducente impazzito di una fisarmonica fotonica che viaggia alla velocità della luce perché in avanti sul tempo claudicante e sugli stili preesistenti, le sue mani non stringono i freni ma civettano virtuosisticamente agli estremi della creatività, in bilico sulla sua personalità prismatica, sfidandola con l’azzardo di un acrobata che si lancia nel vuoto epocale e rimbalza su un pentagramma elastico che lo riporta in alto, in doppio salto mortale con avvitamento sulla chiusura di esecuzione, e…vola, vola, vola, come un cieco che riconosce la vita solo attraverso i suoni, purificandoli, reinventandoli con tocchi sintetici e catartici tra passato e postmoderno, e in altre forme  incodificabili ancora da venire e che da precursore anticipa per veggenza genetica, o con lunghi, estenuanti languori di torbida sensualità da vicolo argentino, arrovesciando il cuore in un casché di sangue e pulsioni rimosse da feste pagane, riti notturni con sacrifici d’amore, magiche danze evocative di primordiale liberazione.

 

Il rigore della vecchia Europa, il registro classico e immortale, si sposa talvolta con il colorato disordine e la sfrontatezza provocatoria del Sudamerica e da questa pozione ognuno beve il succo nirvanico della propria cultura.

 

Mani da illusionista, quelle di Rossato, che visualizzano nel mio immaginario un mondo in bianco e nero.

 

Vedo il poeta Caussimon attraversare Montmartre mentre sorride a un vecchio “accordéoniste” fermo all’angolo di un boulevard, in una Parigi meravigliosa, perduta per sempre, che non c’è più; vedo Jean Cardon consumarsi le dita accompagnando gli chansonniers nelle mitiche caves del dopoguerra, e rivivo il mio Paese, più semplice e più felice, nel cinema di De Santis, di Emmer, di Zurlini, di Olmi, che rendevano una balera del sabato non meno sublime di un ballo a Corte, né meno sacra di un raduno popolare a Lourdes.

 

Questi sono i miracoli di uno strumento di appartenenza e di un conducente in odore di genialità.

 

 

La medusa musicale che gli si incolla tra le dita lo avvelena fibrillandolo in spasmi urticanti e la corsa riprende, con lirico furore, verso “un lontano chissà dove”, direbbe Léo Ferré.

 

Scultore del suono lo rimodella con una argilla divina, alitandovi sopra per infondere nuova vita a brani sepolti nella memoria umiliata dalla dimenticanza o dall’Accademia, quando l’Accademia riduce a compito in classe, opere galattiche in cerca di un asse di rotazione per rinserirsi nella spirale del Tao.

 

La fisarmonica  per lui è la scatola nera dell’incidente poetico con la vita; essa contiene i motivi, le cause, il segreto di un impatto che invece di deflagrare e polverizzarsi, è fautore di rinascita sotto forma di anticorpo capace di ricomporre l’armonia, delineare i contorni, trasformare l’astratto in figurativo e l’idioma del mondo in canto universale.

 

 

Quando la fisarmonica inspira ed espira diventa una camera di rianimazione per sopravvivere alla sordità sociale, una camera di Magritte dondolante tra le nuvole, o il mantice salvifico che alimenta e incendia le anime disidratate, senza più sogni di riserva.

 

Non è un artista di fila, la sua ala si china sul podio come l’uccello Lyra sullo stagno.